ovvero
Peaches Geldof vs Katie Hopkins
Va bene, per una volta mi sono lasciata coinvolgere dal gossip, ma non è colpa mia!
In uno dei gruppi di babywearing internazionale cui sono iscritta, martedì mattina si è scatenato il finimondo verso una delle due ospiti del programma televisivo inglese "This Morning" e, vista la quantità di risposte, fotografie e commenti, mi sono andata a studiare il motivo di tutto questo.
Le due ospiti in questione erano Peaches Geldof, a favore di un tipo di genitorialità definito "attachment parenting" (AP), e Katie Hopkins, che definisce l'AP una cosa new age e fricchettona senza senso.
Ovviamente l'ospite investita dagli insulti di quasi tutte le mamme di questo gruppo di babywearing era Katie Hopkins, una specie di opinionista attaccabrighe inglese.
Partiamo dal presupposto che io sono di parte in quanto mi sono trovata ad applicare, da quando sono mamma, quanto ha descritto Peaches, senza sapere che questo andasse sotto l'etichetta di attachment parenting.
Durante l'intervista Peaches ha spiegato molto tranquillamente e con precisione i principi dell'AP, citando anche diversi studi sull'argomento.
Vediamo quali sono i punti base di questo tipo di genitorialità, descritti come le "7B":
1- Breastfeeding (allattamento al seno): promosso perché il latte materno è l'alimento ideale e perfetto per un neonato. Il latte materno, secondo le direttive dell'OMS, deve essere l'unico alimento fino al sesto mese di vita e in seguito può ancora costituire una parte importante nell'alimentazione di un bambino, fino ai due anni o anche più se madre e figlio desiderano proseguire. L'allattamento è "a richiesta", ovvero quando il bimbo o il neonato sentono la necessità possono poppare, al di fuori di orari fissi o schemi rigidi. Va da sé che nessuna madre obbliga il proprio figlio a poppare controvoglia, anzi sarei curiosa di vederne una che ci prova!
2- Birth-bonding (legame alla nascita): le prime settimane dopo il parto sono fondamentali per l'instaurarsi di un legame di attaccamento tra mamma (ma anche papà) e neonato. Sono giorni importanti in cui puerpera e neonato sono "programmati" per stare vicini e assecondando questa necessità si promuovono comportamenti biologici ad alto contatto nel bambino, comportamenti che sono innati, e parallelamente la risposta biologica innata e intuitiva della mamma a questi comportamenti.
Attenzione che non si tratta di una situazione "tutto o niente", ovvero che in assenza di un contatto immediato, come può succedere per varie ragioni mediche al momento della nascita, allora questo legame non si instaura. Creare questo legame è solo un passo lungo un cammino che dura una vita intera e avere la possibilità di crearlo immediatamente aiuta solo partire con più facilità lungo questo percorso.
Attenzione che non si tratta di una situazione "tutto o niente", ovvero che in assenza di un contatto immediato, come può succedere per varie ragioni mediche al momento della nascita, allora questo legame non si instaura. Creare questo legame è solo un passo lungo un cammino che dura una vita intera e avere la possibilità di crearlo immediatamente aiuta solo partire con più facilità lungo questo percorso.
3- Babywearing (portare il proprio bimbo), tramite fasce o marsupi ergonomici, argomento che ho già trattato e che mi sta particolarmente a cuore.
4- Bed-sharing (condivisione del letto): forse uno dei punti più critici e mal visti tra tutti questi. Ci sono però numerosi lati positivi in questa pratica. Durante le prime settimane e mesi di vita il bambino sincronizza il proprio respiro con quello della madre, con il risultato di una riduzione significativa dei casi di morte in culla (SIDS). Inoltre c'è anche una migliore sincronia tra madre e figlio nei ritmi sonno-veglia. La prolattina, ormone che stimola la produzione di latte, è più attivo di notte pertanto la condivisione del letto può facilitare le poppate notturne.
Il fatto poi di condividere il letto con il proprio figlio non implica che la coppia di genitori non possa avere la propria intimità (vedi punto 6). Peaches porta il proprio esempio: se ha un figlio di 17 mesi e uno di 7 evidentemente qualcosa tra lei e il marito è successa! Se i bimbi vanno a letto alle 20.30 circa, non è che la mamma o il papà debbano stare con loro ogni singolo momento... l'intimità viene solo spostata dal letto, un po' di fantasia, cribbio!!!
5- Believing in your baby (credere nel tuo bambino) e soprattutto nel suo pianto. Un tempo si diceva che far piangere un bambino serviva a fargli sviluppare i polmoni o che se si prendeva subito in braccio poi si viziava. Ecco, questi concetti, queste credenze popolari, sono superati. Se un bambino piange è perché c'è qualcosa che non va e quello è l'unico modo che ha per farcelo capire, pertanto rispondere prontamente al suo pianto permette di creare un rapporto di fiducia nel bambino verso i propri genitori.
All'inizio è un vero rompicapo! Perché sta piangendo? Sarà fame? Sarà che ha fatto la cacca? Sarà che si sente solo? Sarà che ha sonno? Cosa succede? Si fanno le prove fino a che il nostro esserino tenero e urlante torna ad essere solo tenero e coccoloso.
Poi pian piano si inizia a fare l'orecchio ai diversi tipi di pianto e diventa tutto meno complicato, anche noi genitori acquisiamo fiducia nelle nostre capacità. Non è facile, ma nemmeno impossibile.
6- Boundaries (confini) o balance (equilibrio): quando ci dedichiamo così tanto a nostro figlio è facile annullarsi o mettere in secondo piano la coppia, per questo è importante trovare un proprio equilibrio personale e capire quando è necessario mettere un confine che tenga integra la nostra personalità e il rapporto con il nostro compagno/marito. Anche in questo caso servono una buona dose di pazienza e un po' di allenamento per capire le situazioni giuste.
All'inizio è un vero rompicapo! Perché sta piangendo? Sarà fame? Sarà che ha fatto la cacca? Sarà che si sente solo? Sarà che ha sonno? Cosa succede? Si fanno le prove fino a che il nostro esserino tenero e urlante torna ad essere solo tenero e coccoloso.
Poi pian piano si inizia a fare l'orecchio ai diversi tipi di pianto e diventa tutto meno complicato, anche noi genitori acquisiamo fiducia nelle nostre capacità. Non è facile, ma nemmeno impossibile.
6- Boundaries (confini) o balance (equilibrio): quando ci dedichiamo così tanto a nostro figlio è facile annullarsi o mettere in secondo piano la coppia, per questo è importante trovare un proprio equilibrio personale e capire quando è necessario mettere un confine che tenga integra la nostra personalità e il rapporto con il nostro compagno/marito. Anche in questo caso servono una buona dose di pazienza e un po' di allenamento per capire le situazioni giuste.
7- Beware of baby trainers (tenersi lontano da chi ci vuole insegnare come fare il genitore).
Ecco, su questo punto si potrebbe scrivere un intero libro pieno dei consigli, per lo più non richiesti, che si ricevono quando si ha un bimbo piccolo. Ho notato che spesso chi è più prodigo di consigli è chi non ha ancora figli.
Ad ogni modo, la fiducia nelle nostre capacità si solidifica giorno dopo giorno, quindi ben presto questi suggerimenti vengono relegati in un angolo della mente o direttamente cestinati senza nemmeno pensarci. Solo i genitori sanno quale sia l'approccio migliore con il proprio figlio e quello che va bene per una famiglia può non essere valido per un'altra.
Ecco, su questo punto si potrebbe scrivere un intero libro pieno dei consigli, per lo più non richiesti, che si ricevono quando si ha un bimbo piccolo. Ho notato che spesso chi è più prodigo di consigli è chi non ha ancora figli.
Ad ogni modo, la fiducia nelle nostre capacità si solidifica giorno dopo giorno, quindi ben presto questi suggerimenti vengono relegati in un angolo della mente o direttamente cestinati senza nemmeno pensarci. Solo i genitori sanno quale sia l'approccio migliore con il proprio figlio e quello che va bene per una famiglia può non essere valido per un'altra.
Il bello di questi sette punti è che si tratta di linee guida, non è obbligatorio applicarli tutti e sono comunque flessibili per adattarsi alle diverse esigenze.
La risposta di Katie Hopkins a queste argomentazioni è stata una serie di insulti: i genitori che applicano questi principi sono "crap parents" (genitori schifosi) che crescono solo "brats" (marmocchi) incapaci di indipendenza. Questi genitori sono tendenzialmente new age e nullafacenti, che si divertono a ricamare e mangiare yogurt (non vedo nulla di male in nessuna di queste due attività) e che ricorrono al babywearing solo fino a che il figlio non gli cade a terra, senza contare l'indecente spettacolo delle mamme sempre pronte a tirare fuori una tetta per nutrire il proprio bimbo!
L'essere definiti genitori incompetenti ha scatenato una valanga di commenti e risposte in rete, fotografie di mamme che allattano i propri bimbi o mamme che portano i propri bimbi sorridenti legati in una fascia, il tutto condito da orgogliose dichiarazioni tipo "happy to be a crAP parent!", giusto per dimostrare che i loro bimbi non sono né tristi né maltrattati o costretti in alcun modo.
Io penso che tra tutte le teorie, linee guida, studi scientifici e antropologici che vanno a supporto dell'AP ognuno vede e sceglie quello che sente più vicino al proprio modo di essere e di pensare. È inutile arrabbiarsi o farsi rovinare la giornata da commenti stupidi detti da persone delle quali non ci interessa il parere.
Basta ricordare il punto 7 e pensare che il nostro istinto di genitori ci porterà molto lontano e con molte soddisfazioni nel percorso di vita assieme ai nostri bimbi.
Basta ricordare il punto 7 e pensare che il nostro istinto di genitori ci porterà molto lontano e con molte soddisfazioni nel percorso di vita assieme ai nostri bimbi.
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